KePalle nasce alla fine del 2013, con l’apertura del primo punto vendita. Il giorno dell’apertura non è un dettaglio: 13 dicembre, Santa Lucia, la festa palermitana delle arancine. Non era una strizzata d’occhio alla tradizione. Era una dichiarazione.
Per anni avevo costruito marchi, campagne, identità per gli altri. Comunicazione, marketing, posizionamento. A un certo punto ho sentito che quel metodo – concreto, rigoroso, ossessivo nei dettagli – doveva essere applicato a qualcosa di nostro. Non un esercizio creativo, ma un’impresa vera.

KePalle nasce così: come un progetto di creatività concreta. Un’idea semplice solo in apparenza: dedicare tutto a un solo prodotto, l’arancina, e trattarlo con lo stesso rispetto che si riserva a un grande piatto o a un grande marchio. La svolta è stata alzare l’asticella anche nel food, cambiando prospettiva.
Non più arancine come contenitori indistinti, ma veri risotti da passeggio: a ogni ripieno il suo riso, cucinato ad hoc, pensato per esaltare il sapore, non per riempire. È lì che l’arancina smette di essere solo street food e diventa esperienza.
All’inizio eravamo un gruppo di amici, un’energia collettiva, un entusiasmo pieno di possibilità. Poi, come accade in tutte le imprese vere, resta chi regge il peso. Dentro KePalle c’è una verità che va detta chiaramente: è soprattutto lo sforzo e la forza di Eva Polanska, mia moglie.

Eva è l’anima, il motore e la dinamo del progetto. Gestisce i numeri, il personale, la cucina, l’organizzazione. Ma soprattutto ha avuto l’intuizione più potente:
“se la pasta può avere mille gusti, la pizza pure, il gelato non ne parliamo… perché l’arancina doveva restare ferma, inchiodata a due sole versioni?”
Ha visto quello che spesso chi è “sporco del noto” non vede più: le potenzialità. Capire che l’arancina poteva diventare un monoprodotto valorizzato come non si era mai visto prima.

E forse è proprio per questo che KePalle è diventato quello che è: perché questa idea, innestata in Sicilia, ha avuto la determinazione e l’intelligenza organizzativa di una donna straordinaria.
Eva è ceca. E questo, per KePalle, lungi dall’essere un “paradosso”, la sua vera forza. Mi piace pensarla come quel maestro pasticcere svizzero, Caflish, che arrivato a Palermo nell’Ottocento, mise rigore e ordine in un prodotto che sembrava già perfetto, e invece poteva diventare ancora migliore.
Ogni volta che qualcuno ci accusa di “aver distorto la tradizione”, io penso sempre alla stessa cosa:
la tradizione non l’hanno fatta quelli che non volevano cambiare nulla. La tradizione l’hanno fatta gli innovatori. Tutti gli altri, spesso, difendono solo l’abitudine. Quella pigra, rassicurante, che dice “è già tutto perfetto” perché non ha il coraggio di rimettersi in discussione.

KePalle non ha mai mancato di rispetto alla tradizione. Anzi: ha avuto il coraggio di restituirle dignità.
Accarne e Abburro sono tornate protagoniste, ma con ingredienti veri, qualità alta, frittura espressa, attenzione maniacale al dettaglio. E sì, questo ha significato anche cambiare la percezione del prezzo. Perché il rispetto, prima di tutto, lo devi avere tu per il prodotto.
Da lì in poi tutto è cresciuto in modo naturale: nuovi gusti, stagionalità, limited edition, processi più rigorosi, preparazione a vista, pirottino, topping, comunicazione irriverente ma coerente.
E come succede sempre quando un’idea è vincente, il mercato la osserva, la imita e la rincorre: una cosa è ormai evidente a tutti: c’è un prima e c’è un dopo KePalle!
Oggi KePalle in Via Maqueda è una destination. Mi emoziona ancora sentire le persone fermarsi, guardare e dire: “ah… qui c’è KePalle”, “guarda, questo è il famoso KePalle”… È in quel momento che capisci che un marchio, quando è fatto bene, smette di appartenerti. Diventa della città. E poi, lentamente, del mondo.

KePalle è entrata nelle guide, nei racconti, nei media. Ma il riconoscimento più importante resta sempre lo stesso: la fila, il morso, il silenzio dopo il primo assaggio.
KePalle mi ha permesso di lasciare la mia Gomez & Mortisia quando la festa era ancora piena di invitati: di scendere dal ring da imbattuto. Non per fuga, ma per scelta.
Avevo bisogno di un progetto tondo: e non poteva che essere l’arancina (io che non ne mangio!).
