Accarne o Abburro? No… ACCOMEGGHIÈ

di Danilo Li Muli

Storia di un uomo senza capelli, un barbiere e due arancine

A Palermo le domande importanti non ammettono esitazioni.

Accarne o Abburro?

Non ti stanno chiedendo soltanto cosa vuoi mangiare. Ti stanno chiedendo chi sei, da quale parte stai e, forse, pure chi frequentavi da ragazzo. Poi c’è l’altra domanda, quella eterna: arancina o arancino?

Una guerra combattuta a colpi di vocali, ragù e campanilismo. Ognuno difende la propria versione come se fosse stata incisa nella pietra. Io, invece, risponderei: Accomegghiè.

Non per indifferenza, ma per curiosità. Perché, prima di diventare maschio o femmina, rotonda o ovale, Accarne o Abburro, l’arancina è una cosa piuttosto semplice: riso, farcitura, panatura e frittura. Il resto è gusto, forma, geografia e, soprattutto, abitudine.

E l’abitudine, si sa, a Palermo è una faccenda seria. Siamo capaci di andare per quarant’anni dallo stesso barbiere e, quando quello va in pensione, continuiamo ad andarci lo stesso… tanto ora c’è il figlio.

Magari il figlio non è bravo come il padre, magari usa ancora la stessa sedia, lo stesso specchio e persino la stessa mantellina. Ma cambiare barbiere no, troppo rischioso.

Questo mi conosce.

Che poi significa: conosce il taglio che mi faceva suo padre nel 1987 e continua a farlo senza fare domande.

L’esempio del barbiere me lo perdonerete, visto che io non ho capelli. Diciamo che posso parlarne con un certo distacco.

Non sempre, però, è fedeltà. Qualche volta è soltanto paura di provare, di osare, di scoprire che fuori dalla nostra strada, dal nostro quartiere e dalle nostre certezze potrebbe esserci qualcosa di diverso. Magari persino qualcosa di migliore.

Con l’arancina succede la stessa cosa.

Accarne o abburro?

Due possibilità rassicuranti, tramandate come il barbiere di famiglia. E guai a proporre qualcosa che non rientri nella memoria collettiva: pesce, verdure, nero di seppia, pistacchio…

Ma chi bisogno c’era?

Forse il bisogno è proprio quello di non restare fermi. Anche perché la storia, quando la si guarda bene, è meno immobile di quanto ci piaccia raccontare.

Nell’Ottocento Giuseppe Biundi, nel suo Vocabolario manuale completo siciliano-italiano, descriveva l’“arancinu” come una «vivanda dolce di riso fatta alla forma dello arancia».

Dolce… avete letto bene.

Non accarne e nemmeno abburro. Dolce.

Così, mentre noi continuiamo a discutere se sia maschio o femmina e quale ripieno abbia ricevuto la benedizione degli antenati, scopriamo che uno dei suoi antenati più antichi se ne stava tranquillamente in pasticceria.

— Ma allora qual è quella vera?

— Accomegghiè… purché sia fatta bene.

La cosa più curiosa è che oggi a parlare così sia proprio io. Da giovane mangiavo soprattutto pasta e il riso, invece, lo detestavo. Per me non era nemmeno un cibo, era una medicina. Mi ricordava mia madre Adele, che me lo preparava quando restavo a casa con il mal di stomaco.

Che hai?

Mi fa male lo stomaco.

Allora ti faccio il riso.

E lì capivo che la situazione era grave.

Il riso significava casa, letto, mal di pancia e una giornata senza sapore. Mai avrei immaginato che, molti anni dopo, proprio quel riso sarebbe diventato materia di curiosità, ricerca e progetto. E che da lì sarebbe nata KePalle.

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La vita, evidentemente, ha un suo senso dell’umorismo: prima ti fa odiare una cosa, poi te la rimette davanti e ti chiede di guardarla meglio.

Forse innovare comincia così, tornando su qualcosa che pensavamo di conoscere e accorgendoci che non l’avevamo mai guardata davvero. Perché la tradizione non è ripetere per sempre la stessa cosa. È sapere bene da dove si parte per potersi permettere di andare da qualche altra parte.

La base rimane quella: riso, farcitura, panatura e frittura. Tutto quello che ci metti dentro è curiosità.

E quel mio “accomegghiè” non è una parola detta tanto per dire e nemmeno una non-risposta. Dentro ci sono la voglia di provare, il piacere della scoperta e il desiderio di viaggiare attraverso il gusto. Un’arancina può partire sempre dalla stessa base e portarti ogni volta verso sapori, profumi e incontri diversi.

Quindi, arancina o arancino? Accarne o abburro? Per me accomegghiè… purché sia fatta bene, abbia qualcosa da raccontare e ci ricordi, almeno ogni tanto, che si può anche cambiare barbiere.

O, nel mio caso, direttamente argomento.

Perché non scrivo per spiegarmi. Scrivo per lasciare segni.

E qualche volta anche chicchi e briciole.

danilo li muli 

Ho sempre seguito gli strumenti del mio tempo: oggi l’AI aiuta a mettere ordine nel mio disordine creativo.

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