(E se fossimo stati amici?)
Ci sono artisti che ascolti. E poi ci sono artisti con cui cresci: per me Lucio Battisti è stato questo.
Non è solo uno dei più grandi autori della musica italiana. Per me è uno dei più grandi geni della musica europea.
Con la sua musica sono cresciuto, ho sognato, ho attraversato stagioni della vita. E ancora oggi mi accorgo che certe sue canzoni non le ascolto soltanto: ci entro dentro.
Al liceo avevo una donna per amico, Antonella. Con lei Battisti era quasi una lingua comune. Erano gli anni dei tragitti tra Monreale e Piazza Indipendenza, delle chiacchiere infinite e delle canzoni che sembravano raccontare esattamente quello che stavamo vivendo. Si parlava di tutto, ma spesso si finiva dentro una sua canzone.
Con il tempo ho capito che quello che mi affascinava davvero non era solo la musica: era la concentrazione sull’opera. Battisti lavorava con una dedizione quasi maniacale. Una specie di ossessione per il suono, per la ricerca e il risultato. Una concentrazione totale che mi è rimasta dentro.
Quando anni dopo ho fondato Gomez & Mortisia, la mia agenzia pubblicitaria, con Elisa (Mortisia), ho sentito spesso la stessa energia delle coppie creative vere: due visioni diverse che si incontrano e si scontrano per generare qualcosa che da soli non avremmo mai creato.
Per questo la coppia Battisti–Mogol mi ha sempre emozionato anche sul piano umano, oltre che artistico. Hanno scritto una parte enorme della nostra memoria collettiva.
Ma c’è un altro Battisti che ho sempre amato forse ancora di più. Quello che, a un certo punto, decide di cambiare strada. Molti non hanno capito quella fase. Tanti si sono fermati al Battisti con Mogol. Io invece ho sempre trovato straordinario il Battisti dopo Mogol. Forse perché lì c’è una libertà ancora più grande: quella di non dover dimostrare nulla a nessuno e continuare a cercare.
Un artista vero non ripete se stesso: cerca, e lo fa sempre.
Persino Eva, mia moglie, ha imparato molto di me anche attraverso Battisti. Quando è arrivata in Italia non conosceva bene la lingua, ma ascoltando quelle canzoni ha iniziato a capire l’italiano… e forse anche qualcosa del mio modo di sentire.
E penso spesso anche alla straordinaria presenza della moglie di Lucio accanto a lui. Alla forza silenziosa di chi protegge un artista e lo accompagna, lo capisce in fondo. In qualche modo mi piace pensare che anche Eva abbia fatto qualcosa di simile con me: capire il mio carattere, le mie ossessioni, il mio modo di lavorare… anche attraverso quella musica.
Confesso una cosa: ho sempre sognato di avere una foto con lui. Purtroppo non è mai successo. Così, un giorno, ne ho fatta una io: una composizione immaginaria, una foto impossibile in cui siamo insieme.
Non siamo mai stati amici, purtroppo. Non ci siamo mai incontrati. Ma certe volte, ascoltandolo, ho avuto davvero la sensazione che quel gran genio fosse un mio amico.
Uno di quelli che non devi vedere spesso per sapere che c’è. Forse perché certe canzoni, quando entrano davvero nella tua vita, restano lì per sempre. Come due persone che camminano insieme, vento nel vento, senza bisogno di spiegarsi troppo.
E allora sì, mi piace pensare che da qualche parte, in un angolo di quella musica che non smette mai di muoversi, ci sia anche un po’ della mia storia.
Auguri Lucio. Auguri, amico mio.
